sabato 27 giugno 2015

 Stamani ho ricevuto questo post con affermazioni che condivido pienamente e vorrei condividerlo con voi che mi leggete . Grazie 
In questo articolo
condividiamo delle informazioni
che molte 'guide autorevoli'
ignorano per non compromettere
la propria 'carriera'
ma che la maggior parte dei 
veri ricercatori spirituali
sente dentro di se'

lunedì 27 aprile 2015

quando leggo su face book : a cosa stai pensando a me non viene da dire' saran fatti miei', perchè penso che siamo tutti collegati, ma in un'epoca in cui il link- che vuol dire collegamento - è entrato nel nostro quotidiano siamo sempre più isolati nelle nostre monadi elettroniche . Mi viene ancora in mente che c'è una perifrasi sul Cartesio di penso dunque sono che dice : io penso dunque non sono qui, ma si potrebbe altrettanto dire io sono sul mio cellulare, dunque non sono qui .
A questo proposito concordo pienamente con quanto scrive Paolo in Zen in the city : 
 "Basta un breve viaggio in treno per rendersi conto di cosa stia succedendo a noi esseri umani. I dispositivi digitali – come computer, tablet e smartphone – sono diventati inseparabili appendici del nostro corpo, che ci consentono di essere perennemente connessi alla rete. Essere online, qualsiasi sia la sua motivazione (relazioni, lavoro, divertimento), spinge ciascuno lontano dal luogo e dal tempo nel quale si trova in quel momento.
Dunque siamo vicini, gomito a gomito, eppure lontanissimi nelle intenzioni e nella presenza mentale. Ma ancor prima di questa separazione dagli altri, si crea e si acuisce sempre di più, all’interno di ciascuno di noi, una frattura tra la mente e il corpo.
Questa frattura ha conseguenze terribili. Ci rende incapaci di vedere l’insorgere (e poi lo scomparire) delle nostre emozioni, che si manifestano tutte a livello corporeo. Col passare del tempo finiamo per non essere più capaci di riconoscerle. Le nostre emozioni richiedono attenzione, manifestandosi molto spesso come dolori muscolari (mal di schiena, torcicollo) o dell’apparato digerente, ma noi non lo sappiamo, perché non ce ne accorgiamo, e portiamo la nostra capacità di resistere ai suoi limiti. Diventiamo inoltre incapaci di vedere le emozioni degli altri e le emozioni che esse provocano in noi, e dunque, così ciechi, ci scontriamo con chi ci sta vicino – in famiglia, al lavoro, per strada – combattendo battaglie continue, nelle quali ciascuno cerca solo di riempire il sacchetto dei propri presunti bisogni, senza mai cercare di capire cosa stia succedendo veramente.
Possiamo fare qualcosa per fermare questa deriva o è troppo tardi? Certo non possiamo chiedere agli altri, né a noi stessi, di rinunciare a utilizzare i meravigliosi oggetti elettronici che il mercato ci propone in modo sempre più suadente. Ma possiamo renderci consapevoli di quello che avviene nella nostra vita giorno per giorno, ora per ora, magari anche minuti per minuto. Come? È molto semplice: riprendendo il contatto col nostro corpo, e per farlo c’è il metodo più facile del mondo: portare l’attenzione al respiro, almeno ogni tanto. Il respiro è un ponte tra la mente e il corpo, che ci consente di tornare, ogni volta che lo vogliamo (e ce ne ricordiamo) al momento presente, a ciò che avviene qui e ora.
Non aspettare ancora: adesso che hai letto l’articolo fermati, chiudi gli occhi e porta tutta la tua attenzione all'aria che entra ed esce dal tuo corpo, per tre respiri completi."
 A proposito di treni più di una volta  mi è capitato di osservare che se sale un giovane o una giovane si mette sì a sedere preferibilmente vicino a un suo coetaneo, ma tutto il tempo interagisce solo con il proprio strumento elettronico e laddove un tempo potevano nascere degli interessanti in- contri e o avventure,   ora quando ognuno di quei giovani giunge a destinazione l'unica cosa che fa è salutare e andarsene come farebbe  o fa con me . Ma allora perchè si siedono vicino ? 

venerdì 24 aprile 2015

continuazione 

Dicevo della manifestazione 



é stata una manifestazione molto partecipata e  i discorsi ufficiali delle donne delle istituzioni presenti ,come la vice sindaco , non erano retorici bensì sentiti e propositivi . Ma non c'è proposta che tenga ,né soluzione risolutiva . Che ognuno faccia la sua parte ...per quello che può e deve. 




LA GRANDE IPOCRISIA
"Ma in Somalia, Eritrea e Etiopia non ci siamo stati noi per quasi un secolo? E con il dittatore Siad Barre e i militari etiopi non abbiamo fatto affari? La guerra civile in Nigeria non nasce anche dalla presenza del petrolio sfruttato della multinazionali occidentali? Il caos in Libia non è figlio della distruzione dello Stato grazie ai bombardamenti francesi, inglesi e statunitensi? Congo, Camerun, Costa d’Avorio, Ghana non sono piegati, sfruttati e stran
golati dalle politiche del Fondo monetario internazionale nonché da chi sfrutta l’oro, l’argento, il rame e il coltan? Tante domande, una sola certezza: i veri responsabili del disastro umanitario nel Mediterraneo, di questo vero genocidio, si trovano nei governi Occidentali e nei consigli di amministrazione delle multinazionali"

Questa in sintesi la spiegazione di quello che sta succedendo. Ma che cosa possiamo fare noi cittadini comuni per sentirci parte in causa . Intanto quando ci sono convocazioni di manifestazioni tempestive come quella del 21 aprile in Piazza Castello a Torino  andare partecipare per sentirsi comunque meno impotenti . Così ho fatto e per fortuna la convocazione a nome del Sereno Regis si è unita con quella dei sindacati . Che senso aveva convocare in due luoghi diversi della piazza -mi domando e vi domando . Passo e chiudo e cito una delle risposte a dei versi che nel lontano 1978 avevo scritto dopo la sconfitta delle lotte degli anni '70 che qui riporto :
Che cosa posso fare?
Che cosa posso fare io contro la miseria e la fame
se non la carità.
Che cosa posso fare io contro lo sfruttamento
se non farmi sfruttare.
Che cosa posso fare io contro l'oppressione
se non essere oppressa.
Che cosa posso fare io contro la controrivoluzione
se non indignarmi davanti alla televisione.
Che cosa posso fare io contro le guerre
se non cercare la mia pace.
Che cosa posso fare io contro il razzismo
se non rimanere bianca.
Che cosa posso fare io contro lo stordimento delle merci
se non andare per supermercati
 con il carrello semivuoto e gli occhi fissi
 ad acquistare ciò che non mi serve.
Che cosa posso fare io contro lo scempio dei bambini
 e la fame di milioni di esseri indifesi
se non inseguire l’utopia di una maternità universale
Che cosa posso fare io contro l'odio che divide
se non odiare ancor più forte
chi sfrutta opprime e uccide.
Che cosa posso fare io per assaporare l'amore
se non innamorarmi di tanto in tanto
e opprimere o farmi sfruttare fuggire  o cercar riposo
finché amore universale non sia solo retaggio di uomini eletti a scrivere
sulla sabbia come bambini che costruiscon castelli
 per poi distruggerli prima che li lambisca il mare.
                                                                                    Moncalieri 1980

giovedì 19 marzo 2015

Cito pari pari un brano di Krishnamurti che condivido :

Violenza non significa soltanto uccidere qualcuno. C’è violenza quando usiamo una parola tagliente, quando facciamo un gesto per respingere una persona, quando obbediamo per paura. Quindi la violenza non è soltanto quella delle stragi organizzate nel nome di Dio, della società o del paese. La violenza è molto più sottile, molto più profonda, e noi stiamo indagando la vera profondità della violenza. Quando vi definite indiani o musulmani o cristiani o europei, o qualsiasi altra cosa, voi siete violenti. E sapete perché? Perché vi state separando dal resto dell’umanità. Quando vi separate per una fede, per nazionalità, per tradizione, questo produce violenza. Quindi, una persona che cerca di comprendere la violenza, non appartiene a nessun paese, a nessuna religione, a nessun partito o sistema politico; si preoccupa della comprensione completa dell’umanità.
Da: Jiddu KrishnamurtiLibertà dal conosciuto, Astrolabio Ubaldini, 1978.

Le dita di una mano ovvero ogni dito per sé e dio per tutti

Incontro dell'11-3-2015 a Palazzo Madama così pomposamente annunciato: “La cultura dello specchio. Stare insieme come le dita in una mano”. Una conferenza sulla pratica collaborativa. - Segue  inaugurazione della mostra “Donne che vedono il futuro”

 Premessa : qualche mese fa mi è stata segnalata un'iniziativa che si teneva a Palazzo Madama in cui in quanto donna venivi fotografata e facevi le tue considerazioni su cosa pensavi del futuro. Con altre 59 donne di tutte le età , ho partecipato presumendo di poter dire la mia e che quanto dichiaravo sarebbe stato in qualche modo pubblicizzato . Da tempo cerco di diffondere quando e dove mi è possibile l'importanza di un cambiamento di paradigma basato su una diversa concezione del mondo che ha al suo centro l'energia e la spiritualità , al di là della concezione positivistico- materialista. Così per la prima volta ho messo piede nelle stanze di Madama e sono rimasta colpita dal sole di quella splendida giornata che entrava dalla vetrata di una delle più belle sale del palazzo . Per formazione e convinzione non ho mai amato visitare i luoghi reali e imperiali di qualsivoglia cultura, ma tant'è quella mattina oltre che mettermi in posa per la fotografia, pur accecata dal sole del mezzogiorno, ho scritto una decina di righe su cosa pensavo che potrebbe essere il nostro futuro. Presunzione o arroganza che fosse ho fatto tutto ciò con convinzione e dopo tre mesi sono stata invitata personalmente alla presentazione della mostra di fotografie nelle stesse sale dove erano state scattate . Oltre che invitare amici e parenti sono arrivata vestita di tutto punto e puntuale all'inizio della conferenza il cui titolo non aveva alcun riferimento con le donne e cosa pensano del futuro bensì : La cultura dello specchio. Stare insieme come le dita in una mano.  Una conferenza sulla pratica collaborativa . Appena arrivata mi sono guardata intorno e accorgendomi dell'ufficialità dell'evento dal tipo di pubblico e dagli scambi di conversazione , mi sono subito sentita come un pesce fuor d'acqua . Cosa ci faccio qui . What am I doing here? Un'aliena in un pianeta che non è mai stato mio .Ma forse è la mia solita parte giudicante che esce fuori -mi sono detta . Lasciamola da parte e stiamo a vedere e soprattutto sentire . Finalmente dopo tutto quel brusio mondano la conferenza è iniziata e durante i primi interventi ho aperto le orecchie e anche un po' il cuore . Collaborazione, solidarietà, lo specchio, l'accettazione della diversità , tutte belle parole e ben esemplificate addirittura con suggerimenti della forma concreta in cui questo si può manifestare : il cerchio, l'abbattimento delle mura separanti come ha detto Calabresi, il direttore della stampa , seguito dall'intervento di Giuliana Galli , religiosa con Laura in sociologia e master acquisito in Florida, non nota solo a me, già vicepresidente nel consiglio della compagnia di S. Paolo ,imprenditori e bancari . I soliti noti insomma che dicevano la loro sulla solidarietà . Quando poi siamo arrivati al manager bancario e all' imprenditore che sottolineavano e mettevano in rilievo come le pratiche collaborative migliorano i risultati e i profitti e tutti insieme volevano dare l'immagine di una società armonica e collaborativa, allora nuovamente il mio salvifico spirito critico della ragione non pura mi si è parato davanti . Ma dove, ma quando mai tutta questa armonia e solidarietà ? In una società sempre più separata in cui alte si alzano le mura tra emarginati e sommersi e ultraprivilegiati . Alla fine è arrivato il turno della fotografa che avrebbe dovuto collegare il tema della conferenza sulla pratica collaborativa con le fotografie e le dichiarazione delle sessanta donne convenute al palazzo della Madama . Forse si un po' c'ha provato, dicendo che qualcuna delle donne fotografate si era aperta con lei parlando dei propri problemi . Certo che in una mezz'ora quanto ci avevano concesso non so come sia stato possibile . E poi chi ha solidarizzato con chi se alla fine siamo state invitate nella sala accanto a vedere la mostra delle fotografie e ciasuna di noi per proprio conto a cercare la propria immagine, tutte separate senza conoscersi o guardarsi in faccia l'una con l'altra, ma ognuna per sé con i propri amici e parenti . Altro che le dita in una mano . E alla fine tutte fuori alla spicciolata senza neanche un piccolo rinfresco offerto da 'Madama' . Oltre la porta su un banco a bella posta in vendita i cataloghi che a noi fotografate, con quello che pensiamo del futuro scritto così piccolo che ci vuole una lente a leggerlo, sono 'offerti' con lo sconto del venti per cento :15 euro invece di venti. Tutto qui?si, proprio tutto qui e ben mi sta che mi illudevo che davvero per una volta si desse rilievo a ciò che 60 donne non note pensavano del futuro oltre che mettersi in posa davanti alla fotografa ufficiale di Palazzo Madama, desiderosa di rinverdire la sua fama e di averne riscontro in un catalogo pubblicato per la bisogna.

domenica 1 febbraio 2015

Quando i missionari vennero per la prima volta nella nostra terra, loro avevano le Bibbie e noi avevamo la terra. Cinquant’anni dopo, noi avevamo le Bibbie e loro avevano la terra. (Jomo Kenyatta)

Proprio stasera pensavo all' Africa e questa scritta mi è comparsa...