lunedì 17 dicembre 2018

a proposito delle Sessantottine


Il fatto è che io Giancarla scrivo da molti anni e ho pubblicato, senza molta visibilità, ben tre libri sui famosi anni che per me al contrario di molte altre che si chiamano sessantottine, appellativo che non amo per niente, non si sono esauriti con il venir meno dei movimenti studenteschi o di lottacontinuatori . Nel '68 avevo 28 anni e avevo già fatto una scelta di campo da quando ne avevo venti . Il campo minato degli outsider perché dopo un breve periodo di permanenza nel partito comunista, che allora anche se per poco così si poteva chiamare, me ne uscii per insofferenza burocratica . Il mio primo libro sul '68 si intitola Non abbiamo sognato ed è stato editato da Bertani nel 1980 già allora editore di avanguardia che aveva portato Bataille in italia . Il secondo sta nell'archivio dei diari di Pieve in Teverina. il terzo libro si intitola Lettere per un figlio - La memoria e i ricordi . Riporto qui la prefazione : Cito la prefazione :Queste lettere al figlio, di cui solo alcune effettivamente spedite, aprono squarci autobiografici su una vita percorsa da una grande e lucida passione: cambiare il mondo, mettere mano alle piccole e grandi ingiustizie che lo attraversano: sfruttamento e oppressione, ma anche emarginazione scolastica, filisteismo piccolo-borghese, ingabbiamento delle intelligenze giovanili.
La scuola e l'insegnamento sono vissuti con impegno militante : l'attenzione alle attitudini dei ragazzi,la fiducia nelle loro risorse, anche e soprattutto se socialmente sfavoriti, come guida costante del lavoro di insegnante.
Intorno a lei una parte non piccola di una generazione con una fortissima vocazione alla politica, ispirata dai classici del marxismo e non solo, ma anche dalle parole dei compagni che aprivano le loro case ad ogni ora ed ad ogni ora ne uscivano, azzerando il loro tempo privato nella perenne tensione dell'impegno totale.
Quello che mi colpisce, in un itinerario che partendo da
questa temperie storico-culturale, porterà l'autrice molto lontano, in senso non solo metaforico, a Bombay, a Madras, verso realtà sociali, culturali e umane assai diverse, è il tipo di mutazione che ha luogo in lei.
Giancarla Ceppi alla fine del suo percorso appare ancora giovane, dolente ma, in qualche modo, intatta. Durissima con coloro che sono pronti a svendere le loro lotte giovanili per sistemazioni di comodo, niente affatto
tenera con un mondo troppo conciliato con le gerarchie stabilite dal mercato globale.
Lo sguardo di Giancarla è però ugualmente severo su di
sé e sui suoi compagni.
"Abbiamo troppo creduto nella parola, nel dialogo, nella ragione che illumina tutto e tutti...(e invece) è vero che se l'esperienza non c'è stata o comunque è diversa o non si è fatta, non c'è nessuno al mondo che può farla al posto tuo".
Aveva, avevamo pensato, che per essere bravi genitori bastasse dire le parole giuste e sostituire le parole e la lotta per una società migliore alla presenza ed all'ascolto,all'essere vicini mentre la vita dei figli si fa esperienza e vissuto.
E intanto Giancarla misura oggi l'assenza del figlio, amatissimo e lontano.
Rimane forte, alla fine, il bisogno del pensiero che è fonte perenne di mutamento purché, scrive Giancarla Ceppi, si traduca in valori per la vita quotidiana. Su questa nuova misura del tempo quotidiano scandito dall'esserci delle persone vive con i loro corpi e le loro emozioni, oltre che con le proprie idee ed i propri sogni, si placa,forse, il lungo errare dell'autrice.

E infine riporto una mail che ho scritto alla mailing list delle 'sessantottine '


Mi spiace ma oggi non mi sono sentita di venire a partecipare al convegno . Per prima cosa perché non amo i convegni in quanto non hanno carattere trasformativo e in secondo luogo perché mi sono trasferita a Pinerolo dove cerco di formare un piccolo gruppo esperienziale di quelli che insieme ad altri presenti nel movimento 'Italia che cambia' ambiscono a formare la potenziale massa critica per un cambiamento radicale . E dunque  scrivo questa mia memoria al fine di congedarmi dal gruppo di cui sono stata contenta di far parte, ma le mie scelte di vita e di residenza e la mia età da tempo non più verde non mi permettono di disperdere le mie energie andando avanti e indietro come una pendolare . Inoltre per quanto riguarda lo stato delle cose di questo nostro mondo non penso che il movimento femminista l'abbia rivoluzionato come mi pare che pensi la maggior parte di voi .Mariella parla della rivoluzione operata dalle  donne di Città del Messico ma io ben so , avendo  anche amiche che vivono lì, che, da quando nell'86 visitai quella megalopoli,  la situazione  è degenerata in maniera impressionante e la violenza oltre che di genere è generalizzata .
Il vero e profondo cambiamento auspicabile ora preferisco chiamarlo ri-evoluzione.  Ho letto con grande interesse tutti gli interventi fatti durante la presentazione del libro' 'Le sessantottine' ma c'è un aspetto di tutto ciò che viene scritto che non condivido: la dichiarazione ripetuta e convinta di molte di voi che le donne salveranno il mondo .  Salvo poi rimanere sorprese e indignate che un gruppo di donne appunto prendano l'iniziativa di organizzare una manifestazione SI-tav . Io continuo a pensare invece che per salvare il mondo ci vuole ben altro che un discorso di genere . Occorre ritrovare il maschile e il femminile dentro di se' e la propria natura 'divina '  e procedere insieme con uomini che hanno perseguito   lo stesso intento .I cambiamenti poi da che mondo è mondo ( a meno che noi non ne vogliamo inventare un altro ) sono stati sempre il risultato degli sforzi di gruppi minoritari e mai di totalità di genere o meno.Finalmente le donne sono sempre più consapevoli della propria parità ma quello che non è corretto è passare dalla parità alla sanzione della propria superiorità , anche se è vero che a tutt'oggi c'è un maggior numero di donne di valore che uomini ( che bisogna dire sono piuttosto disorientati di fronte alla nuova figura femminile che si è dispiegata in tutti i continenti,soprattutto nei ceti medi , come mai era successo , a parte qualche raro caso di matriarcato   .) 
Aggiungo che di come oggi va il mondo non si può certo essere soddisfatte e penso anche che se non concentriamo il nostro discorso e le nostre azioni in una massa critica appunto di uomini e donne di valore , l'umanità come specie rischia di estinguersi . E' recente l'annuncio degli scienziati che abbiamo 12 anni di tempo per concentrarci su un radicale cambiamento del modello attuale di sviluppo, altrimenti assisteremo a fenomeni atmosferici sempre più sconvolgenti . Ciò premesso la speranza di un altro mondo possibile che non muore con noi e tanto meno con me, si è materializzata nella manifestazione di sabato 8 dicembre del movimento NoTav, che è improntato dall'intergenerazionalità ,intergenere ,interclasse ,interideal- ideologico . Tutto ciò lo affermo a buon titolo, sia per le mie scelte come donna che ha lottato per la sua autonomia e anche per la mia partecipazione diretta o come fiancheggiatrice, vita natural durante, a tutti i movimenti di lotta sociali e politici anche a Roma dove ho vissuto vent'anni, quali il comitato per la ex Iugoslavia il movimento dei curdi e gli incontri internazionali e gli interventi sul territorio che avevano luogo su iniziativa dei giovani del servizio civile internazionale, nel casale del quartiere Ostiense dove abitavo. Quel casale si chiama dell'Utopia , di cui iniziai a trattare e cercare di trasmetterne gli ideali fin da quando ero una giovane insegnante al Liceo artistico di Torino . 



manifestazione NOTAV 8 dicembre 2018


domenica 16 dicembre 2018

Il destino del mare è come un cielo aperto sull'infinito del mondo e chi naviga spinto dai venti delle tempeste va alla ricerca di quel cielo.
Una frase che non so di chi sia ma che faccio mia -

Foto desktop di mari e di onde 010



Mi piace riportare questa frase di  Friedrich Nietzsche  che parla del regno dei cieli  nell "Anticristo "con cui mi sento in consonanza aggiungendo che attualmente tutto ciò si concretizza nella cosiddetta presenza mentale .
“Il Regno dei Cieli è una condizione del cuore, non qualcosa che sia sopra la Terra o che venga dopo la morte. Il Regno dei Cieli non è qualcosa che si attende. Non ha né ieri né domani, non viene tra mille anni, è un’esperienza di cuore. E’ ovunque e in nessun luogo”

venerdì 24 agosto 2018


Per qualche sincretica ragione, ora che ho cambiato luogo di abitazione mi sono trovata in mezzo a persone sopratutto di sesso maschile che hanno sposato in pieno la causa del femminismo . Io tengo a precisare che accordo pienamente con Floriana Lipparini che scrive quanto segue :

 SENZA CONFINI NÉ BANDIERE. ALTRO CHE PATRIOTE

Anche alcune femministe pensano che un più alto numero di donne in tutti i campi e soprattutto ai vertici, significhi di per sé una vittoria, un reale cambiamento. Ma di quale cambiamento parliamo? A quale nuovo mondo alludiamo? “Costruire un mondo diverso… implica una diversità che vada molto oltre il solo riequilibrio fra i generi – scrive Floriana Lipparini – Ci occorre uscire un po’ dalla nicchia in cui viviamo noi donne occidentali, pur se ormai parecchio impoverite … Proviamo a decifrare quel che si muove nel profondo dei luoghi più difficili della terra, dove impazzano guerre neoliberiste e neocolonialiste, lì in basso dove movimenti di donne si confrontano con l’assenza di diritti fondamentali che le toccano nel vivo… Donne indigene, palestinesi, kurde, donne in cerca d’asilo…. Nostra patria è il mondo intero, si diceva un tempo. Oggi forse è il caso di precisare: il mondo che scegliamo è quello delle persone senza voce e senza potere, senza confini e senza bandiere, in cammino verso un nuovo orizzonte. Altro che patriote….”
FLORIANA LIPPARINI

QUEL MUTUALISMO DELLE DONNE CHE LOTTANO
Certo, Sfruttazero, lo straordinario percorso di consumo critico che ha messo insieme donne e uomini, migranti e non, vittime del caporalato e precari nelle campagne pugliesi, nasce quattro anni fa, ma storie impreviste e fuori mercato come quella si nutrono di sorellanza e voglia di cambiare il mondo che altri movimenti hanno seminato in tempi e geografie diverse. E continuano a fare ogni giorno
AUTRICI VARIE

martedì 24 aprile 2018

il 24 aprile 2018 rimetto in evidenza questo scritto .

newsletter 2015/20 | venerdì 26 giugno 2015
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Una notte partigiana – Pietro Polito
Un efficace giudizio riassuntivo sul Diario partigiano di Ada Gobetti si deve a Bianca Guidetti Serra, una delle sue amiche più care, di cui ricorre in questi giorni il primo anniversario della morte. Nella postfazione alla edizione 1996, riproposta nel 2014, Bianca scrive che il Diario è “un libro nuovo per le nuove generazioni”, in cui l’autrice “ricompone, sia pure sommariamente un complesso fenomeno storico. Così il Diario supera il suo tempo per giungere come una vivificante testimonianza fino ad oggi”. La cifra del libro può essere individuata in “un nostalgico riandare al passato per i vecchi amici, collaboratori, compagni di avventure”.
Ada dedica i suoi ricordi “ai miei amici: vicini e lontani; di vent’anni e di un’ora sola. Perché proprio l’amicizia – legame di solidarietà, fondato non su comunanza di sangue, né di patria, né di tradizione intellettuale, ma sul semplice rapporto umano del sentirsi uno con uno tra molti – mi è parso il significato intimo, il segno della nostra battaglia. E forse lo è stato veramente. E soltanto se riusciremo a salvarla, a perfezionarla o a ricrearla al di sopra di tanti errori e di tanti smarrimenti, se riusciremo a capire che questa unità, questa amicizia non è stata e non deve essere solo un mezzo per raggiungere qualche altra cosa, ma è un valore in se stessa, perché in essa forse è il senso dell’uomo – soltanto allora potremmo ripensare la nostro passato e rivedere il volto dei nostri amici, vivi e morti, senza malinconia e senza disperazione”.
Nella parte finale del libro il legame con gli amici traspare nella sua forza come un ponte tra il passato e il futuro. Alla data del 25 aprile 1945 Ada scrive queste parole: “Son corsa tutto il giorno come un’invasata, ma ho la sensazione – o l’illusione? – d’aver fatto tutto quel che dovevo. […] È strano, non mi sento minimamente eccitata: né ansia, né preoccupazione, né esaltazione: son straordinariamente lucida e tranquilla. Ma è proprio questa calma quasi incosciente il sintomo che segna per me l’avvicinarsi dei momenti più gravi”.
Successivamente in una decina di pagine posteriori di alcuni anni, datate 28 aprile 1949, ella descrive minutamente la mattina, il pomeriggio e la sera del 26 e del 27 aprile 1945, nonché la notte tra il 27 e il 28 aprile, il giorno della liberazione di Torino.
Una notte partigiana in cui non le riuscì di dormire.
Alla fine di una giornata lunghissima ella ripensa “a tutto quel che era accaduto”, ma pensa “soprattutto al domani”. Mentre lontano a momenti si avverte ancora il rumore delle armi, Ada sa che la guerra non è ancora finita e che i tedeschi possono rappresentare ancora un pericolo.
In quella notte partigiana non è però preoccupata dagli ultimi sussulti possibili della lotta in corso. La “lotta cruenta” è virtualmente terminata, il Reich è ormai allo sbando, gli alleati stanno per arrivare, il tempo dei bombardamenti, incendi, rastrellamenti, arresti, fucilazioni, impiccagioni, massacri, sta per finire.
E nemmeno è spaventata dalle enormi difficoltà che si sarebbero incontrate nella ricostruzione di un paese devastato dalla guerra.
Ciò che la turba è l’intuizione “che incominciava un’altra battaglia. Più lunga, più difficile, più estenuante, anche se meno cruenta. Si trattava ora di combattere non più contro la prepotenza, la crudeltà e la violenza, facili da individuare e da odiare, ma contro interessi che avrebbero cercato subdolamente di risorgere, contro abitudini che si sarebbero presto riaffermate, e contro pregiudizi che non avrebbero voluto morire”.
Il nuovo nemico è l’interesse di parte, l’abitudine, il pregiudizio. Ed è un nemico da “combattere tra di noi e dentro noi stessi, non per distruggere soltanto, ma per chiarire, affermare, creare … rinnovarci tenendoci «vivi»”.
Ada teme che “nell’aria morta d’una normalità solo apparentemente riconquistata” si spenga “quella piccola fiamma di umanità solidale e fraterna” che ha sostenuto e guidato i partigiani per lunghi venti mesi. La “meravigliosa identità” di quei giorni è destinata a infrangersi, “gli amici, e i compagni di ieri sarebbero stati anche quelli di domani”, ma la lotta comune “non sarebbe stata un unico sforzo, non avrebbe avuto più, come prima, un suo unico, immutabile volto; ma si sarebbe frantumata in mille forme, in mille aspetti diversi”.
Ricordando la notte tra il 27 e il 28 aprile 1945, quattro anni dopo, il 28 aprile 1949, confessa: “tutto questo mi faceva paura. E a lungo in quella notte – che avrebbe dovuto essere di distensione e di riposo – mi tormentai, chiedendomi se avrei saputo esser degna di questo avvenire, ricco di difficoltà e di promesse, che m’accingevo ad affrontare con trepidante umiltà”.
Ma Ada sa che ciascuno degli “amici vicini e lontani; di vent’anni e di un’ora sola” si assumerà il proprio compito per “perseguire la propria luce e la propria via”.

Nella prefazione dei racconti di Anna Frank ho letto quanto segue : Anna " non crede affatto che la guerra sia soltanto colpa dei grandi uomini,dei governanti e dei capitalisti. No la piccola gente la fa altrettanto volentieri,altrimenti i popoli si sarebbero rivoltati da tempo. C'è negli uomini un impulso alla distruzione :tutto ciò che è stato ,alla furia e fino a quando tutta l'umanità ,senza eccezioni non avrà subito una grande metamorfosi ,la guerra imperverserà. ..." Sono queste parole di grande attualità a cui credo fermamente così come i versi di Majakovskij che avevo riportato in un mio testo scritto nel '99- Questi nostri ultimi 10 anni -che in seguito riporterò sul mio blog . 

I versi di Majakovsky così dicevano 
Squassando le teste con gli scrosci del pensiero 
tonando con l'artiglieria dei cuori 
sorgerà dai tempi
un'altra rivoluzione 
la terza rivoluzione dello spirito .

Non so cosa intendesse M. con la terza rivoluzione ma ora io che questa parola a suo tempo ho usato l'ho sostituita con rievoluzione che per l'appunto stava scritta sulla spalliera di  una panchina del Lungo Dora,vicino a dove abitavo .

martedì 12 settembre 2017

Stamani ho trovato tra i miei scritti una citazione di Alex Langer che vorrei condividere con voi :
Il pretenzioso motto 'citius altius fortius (più veloce. più alto più forte ) che contiene la quintessenza della nostra civiltà dove vige la cultura della competizione,dovrà urgentemente convertirsi nel più modesto ma più vitale lentius, profondius,suavius ( più lento più in profondità più dolce )
La nostra civiltà ha bisogno di disarmare e di digiunare altrimenti rompe ogni equilibrio e impedirà ogni sviluppo durevole-
Profetico Langer peccato che la sua impazienza ha indotto la sua morte precoce perché oggi avrebbe trovato molti più compagni di strada a cominciare dal movimento della de-crescita felice, Italia che cambia , e molti altri che si muovono in quella direzione( eccetto quando si trasformano in nuovi mercati alternativi quanto si vuole ma sempre fonti di profitto, ahimè )
Questo post pubblicato su Facebook necessita di un'aggiunta sulla figura di Gad Lerner la cui vita testimonia la non corrispondenza tra il dire e il fare che appartiene a gran parte degli intellettuali così chiamati e ai politici sia pure rivoluzionari delle passate generazioni . Ricordo ancora la sorpresa e l'indignazione che ebbi quando lessi che Lerner era uno dei più convinti sostenitori dell'intervento nella ex Iugoslavia . Proprio lui che parlava di disarmare.. . Io allora appartenevo a un comitato assolutamente minoritario sulla ex Yugoslavia in cui ebbi modo di conoscere Giulietto Chiesa. Ma non di questa immane tragedia voglio scrivere qui che peraltro necessiterebbe di ritornare alla luce se non altro per tutti gli abbagli che presero molti intellettuali della sinistra di allora dalla più moderata alla più estrema si fa per dire . L'ex presidente dell'Uruguay Mujica in un'intervista ha fatto questa sorprendente dichiarazione : "Io appartengo a una generazione di rivoluzionari che commise l'errore di non cominciare da se'. " Grande Mujica ! Lo cito ogni volta che posso e specialmente negli ambienti che hanno già intrapreso questo cammino come nella rete dell'Italia che cambia o in altre situazioni in cui c'è la tendenza contraria e cioè di cominciare da sé fermandosi all'io .