giovedì 23 febbraio 2017

                                           Il miracolo di sentirsi in assoluta sintonia 

In questo pomeriggio grigio di febbraio . Questo lungo inverno che come una cappa pesante ci avvolge tutti, all'improvviso una luce si è accesa emersa dal virtuale . Ludmilla del Sangha creato da Italo Cillo detto Rishi per poi andare oltre nell'altra dimensione (il maestro dentro di sé si trova più facilmente se il Maestro non c'è più- così ho interpretato la sua morte ),  scrive e riporta :


Da due giorni che stavo riflettendo sulla causa della mia inquietudine. Pensavo in me: ma come mai, medito, pratico, studio, cerco di mettere nella vita quotidiana la consapevolezza acquisita, ma nonostante tutto ciò, a volte ho questi momenti di un " malessere interiore", perché?
Ed ecco che succede: distrattamente prendo un libro, apro a caso e leggo proprio questo:

"La mente irrequieta.
La mente irrequieta è la natura di Buddha. Poiché è così intelligente, è irrequieta. È così trasparente che non possiamo metterci nessuna pezza per mascherare l’irritazione, e se lo facciamo, quella stessa irritazione trapela. Non riusciamo più a contenere l’irritazione o a mantenere comodo l’Io.

Nella letteratura tantrica la mente di Buddha viene paragonata a una lampada in un vaso. Se il vaso ha una spaccatura, le sue imperfezioni saranno visibili a causa della luce che brilla al suo interno. Nella letteratura mahayana , una famosa analogia descrive la mente illuminata come il sole, e la sicurezza dell’Io come le nuvole che impediscono al sole di risplendere.

L’idea della mente di Buddha non è un semplice concetto né un idea teorica o metafisica. È qualcosa di molto reale di cui noi stessi possiamo fare esperienza. In effetti, è l’Io che sente che noi abbiamo un io. È l’io che dice:” il mio io mi infastidisce, sento di essere acutamente cosciente del fatto che devo essere me. Sento di avere un enorme peso dentro di me, e mi chiedo quale sia il modo migliore per liberarmene”.

Eppure tutte queste espressioni di irrequietezza che continuano a manifestarsi in noi sono espressione della natura di Buddha: l’espressione della nostra natura non nata, in ostacolata e priva di indugi."
                                                                                                              Chögyam Trungpa
Grazie cara sorella dell'anima  

Arte e nonviolenza e-o spiritualità

Più che fare delle domande o darsi delle risposte in base alle diverse concezioni filosofiche occidentali o meno è ben intendersi o comunque dare un significato su cui convenire ai termini che usiamo . Cosa si intende per arte e cosa si intende per nonviolenza e soprattutto quello che in questo caso ci interessa cosa vuol dire coniugare l'arte con la nonviolenza . Per quanto riguarda la definizione dell'arte è importante accordarsi se per arte si intende quella consacrata dalla sua storia o dalla critica contemporanea oppure intendiamo il concetto di creatività in senso lato . In secondo luogo se ci riferiamo all'arte figurativa dei quadri o all'arte concettuale piuttosto che alla body art o alla performance artistica , la scultura , la danza , la musica , il cinema e infine la fotografia. A queste definizioni possiamo aggiungere quella della bellezza . E per quanto riguarda quest'ultima è importante accordarsi se definiamo una produzione artistica bella in base a canoni stabiliti che come si sa cambiano a seconda dei tempi e dei luoghi, o accettiamo il detto che non è bello quel che è bello ma è bello quel che piace e riguardo al piacere al di là delle definizioni culturali dei tempi e dei luoghi ognuno di noi ha un modo diverso di percepire che dipende dall'appartenenza al genere , all'età classe sociale e soprattutto alla nostra personale cognizione e modo di vedere . Nella mia esperienza di insegnamento al liceo artistico ho avuto modo di constatare che gli studenti del primo anno ,a meno che non provenissero da una famiglia artisticamente colta, all'inizio dichiaravano di capire l'arte solo fino all'impressionismo, ma con il passare degli anni e dello studio della storia dell'arte imparavano ad apprezzare anche l'arte astratta e tutte le altre espressioni artistiche posteriori. Ugualmente si può dire per la musica. A meno che non si appartenga ad un ambiente musicalmente colto, si tende a preferire la musica melodica e la musica pop e anche in questo campo dipende dai gusti personali e da come le orecchie di una persona reagiscono al suono o dalla preferenza musicale del gruppo e dell'età a cui si appartiene . I fans del rock e i fans del jazz ad esempio appartengono a gruppi diversi.
Inoltre,dopo aver convenuto sulla definizione che vogliamo dare all'arte, è importante esemplificare, fare esempi che suffragano la nostra definizione. Questo sull'arte in genere . Per quanto riguarda la definizione della nonviolenza concordo con quello che il maestro indiano Osho in un libretto dal titolo : 'La filosofia della nonviolenza' in cui sostiene l'importanza di non fermarsi all'accezione negativa ma andare oltre e definire in positivo la nonviolenza che in una parola lui sintetizza con amore. Assumendo le definizioni in positivo concordate dagli appartenenti alla tradizione della nonviolenza di consapevolezza e o conoscenza,empatia ,fiducia e collaborazione e aggiungendo a queste armonia ogni volta che analizziamo un'opera o una produzione artistica in rapporto alla nonviolenza è importante riconoscervi una delle definizioni positive di cui sopra . E a questo punto nuovamente è importante esemplificare nelle diverse espressioni creative se il processo che porta al risultato finale contiene almeno una o più di queste ( la pace ad ogni passo ,l'empatia la fiducia etc.)oppure assumere come valido il principio della catarsi ,che a quanto mi risulta nel teatro contemporaneo è stato completamente abbandonato . Prendiamo come esempio il film di un autore che si è occupato del problema della violenza Kubrick ,Arancia meccanica . Dopo aver visto quel film gli spettatori sono indotti a per lo meno a riflettere sulla violenza e sul modo di evitarla o addirittura, in certi casi come è successo per questo film, imitano il modo violento di porsi dei protagonisti ? A me risulta che dopo il film si siano verificate delle rapine con quelle specifiche caratteristiche rappresentate nel film e il titolo stesso è diventato un modo di dire convenzionale e si parla di ' rapina all'arancia meccanica '. Ha ottenuto il regista l'effetto di diminuire anche solo di un millesimo i comportamenti violenti ? Direi di no anche se rimane il fatto che lo stesso sia un autore valido,un artista . L'artista in genere non agisce per scopi etici ma crea e produce quello che corrisponde a un suo profondo impulso interno che dipende a sua volta dal suo carattere dalla sua esperienza di vita e dalle sue qualità cosiddette 'innate ' . Quindi Munch dipingerà l'urlo perché quello viene dal profondo della sua anima .E quell'urlo è sicuramente un'opera d'arte .
Inoltre per definire un' opera d'arte si conviene che sia tale quando la visione o l'incontro con la stessa ,fatte salve tutte le categorie e le definizioni precedenti, modifica la percezione di quell'evento da parte della persona che l'ha fruita, oppure si ha un' esperienza artistica quando c'è consonanza tra il soggetto che la guarda e l'oggetto prodotto dall'artista. Per esemplificare fare una volta che io guardo in profondità un'opera d'arte la mia percezione di quell'evento lì rappresentato cambia . Ad esempio se guardo e o mi immergo nella visione di un quadro innevato di Brueghel ogni volta che in seguito a questa presa in visione vedrò un campo innevato con delle persone lo guarderò con con l'arricchimento della percezione che mi ha trasmesso B.
Detto ciò va precisato che la produzione artistica del mondo occidentale dal Rinascimento in poi è stata opera di autori il cui ego era decisamente presente e nella maggior parte dei casi più l'autore ha ottenuto riconoscimenti in giovane età più il suo ego si è ingigantito .Inoltre per un artista italiano ultra ottuagenario Barucchello “l'arte nasce solo nella confusione ,mai quando la vita è tranquilla “. Tutto ciò va detto in riferimento all'arte occidentale perché fino a quando non è avvenuta la contaminazione , l'arte orientale come quella africana si è espressa in modo non individualizzato tant'è vero che non conosciamo nomi di autori africani fino al novecento così come autori della Cina o dell'India, allo stesso modo come era anonima l'iconografia bizantina e l'arte medioevale .E dunque laddove c'è una predominante individualizzazione la produzione che ne risulta non va certo nella direzione della nonviolenza o dell'armonia a meno che l'artista non si sia posto esplicitamente il problema come Kandiskij, un'artista di origine russa, non a caso nato in un paese dove le icone bizantine fanno parte della tradizione artistica. Nel suo libro sulla spiritualità nell'arte sostiene che un artista autentico crea un'opera spinto da una necessità interna di tipo spirituale , muovendosi nella direzione del vertice di una piramide .La piramide rappresenta il cammino dell'umanità e l'artista ha la missione di portare gli altri nella direzione dell'apice con il suo lavoro. Questa piramide spirituale va avanti e indietro lentamente anche se talvolta sembra immobile . Durante i periodi di decadenza l'anima sosta al fondo della piramide : l'umanità e così l'artista , ignorando le forze spirituali, cerca soltanto successi esteriori. Ma se l'artista compie un percorso di ricerca e attraverso questo elabora un'opera, ciò che era strano e inusuale ieri può diventare sempre più comune oggi ,cosa oggi è considerato di avanguardia ( e compreso solo da pochi )sarà sempre più comunemente accettato domani. L'artista moderno sta solitario al vertice della piramide facendo nuove scoperte che andranno verso il futuro. Kandiskij era al corrente dei recenti sviluppi scientifici e dava indicazione su un futuro possibile contribuendo a nuovi modi di vedere e di sperimentare nel mondo. L'artista scriveva questo nei primi dieci anni del secolo passato e solo ora la sua profezia sembra realizzarsi. E in questo senso il collegamento dell'arte e la nonviolenza si può trovare nella concezione spirituale dell'arte e dell'artista come egli la intendeva . Si sta delineando un modo di concepire l'arte intesa anche come ricerca spirituale e solo in questo l'affermazione che può sembrare eccessiva e quasi arrogante sull'arte che salverà il mondo acquista così un connotato ben preciso .
In questa direzione si colloca il tipo di ricerca e di discorso presente in iniziative come quelle tenute nel mese di maggio all'ospedale S. Giovanni vecchio di Torino dal titolo Arte medicina e spiritualità

Appendice sull'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica dal titolo del libro di W: Benjamin.
Una riflessione ulteriore si può fare sullo sviluppo del senso estetico medio, riguardo alla diffusione di opere artistiche diffuse nei più svariati contesti come per esempio la riproduzione degli angioletti di Raffaello o di pitture impressioniste e prerafaellite su ombrelli dal costo di 5 euro e le borse di plastica di grande formato ( al costo di 2 ) che hanno colori armonici o riproduzioni di bei paesaggi fotografati e o dipinti . Ma questa ,forse, è un'altra storia o lo è nel senso che 'la bellezza salverà il mondo' oppure ancora meglio sarà una risata che vi seppellirà che sembra non centrare nulla ma non è così .




Riporto pari pari 

Rivoluzioni silenziose: la convivialità Leonardo Boff

 Con la caduta del muro di Berlino nel 1989 e la caduta simile del socialismo reale, (indipendentemente dai suoi gravi errori interni), il capitalismo ha finito per occupare tutti gli spazi nella economia e nella politica. Con l'avvento al potere di Margaret Thatcher in Gran Bretagna e Ronald Reagan negli Stati Uniti, la logica capitalista ha preso libero corso: piena liberalizzazione dei mercati con l’abolizione di tutti i controlli, minimizzazione della presenza dello Stato, avvio delle privatizzazioni e libera concorrenza senza limiti.
La cosiddetta "globalizzazione felice" non era così felice. Il premio Nobel dell’economia Joseph Stiglitz poteva scrivere nel 2011: "Solo l'1% dei più ricchi gestisce l'economia e l'intero pianeta in funzione dei loro interessi" (“Of the 1%, by the 1%, for the 1%” cioè “Dell’1%, dall’1%, per l’1%” in Vanity Fair, maggio 2011 ). A causa di questo, uno dei più grandi miliardari, lo speculatore Warren Buffet, si vantava: "Sì, esiste la lotta di classe, ma la mia classe, il ricco, sta conducendo la lotta e stiamo vincendo" (intervista CNN 2005).
Solo che tutti quei ricchi non hanno mai messo nei loro calcoli il fattore ecologico, i limiti di beni e servizi naturali, considerati come fattori trascurabili. Questo è vero anche nei dibattiti economici nel nostro paese, in ritardo su questo tema, con eccezione di pochi, come L. Dowbor.
Accanto alla egemonia globale del sistema del capitale, sono in crescita ovunque rivoluzioni silenziose. Sono gruppi di base, scienziati e altri con senso ecologico che provano alternative a questo modo di abitare il pianeta Terra. Continuare a stressare senza pietà la Terra,  potrebbe causare una destabilizzazione capace di distruggere una grande parte della nostra civiltà.
In un tale contesto drammatico emerse un movimento chiamato "I convivialistas" che riunisce oggi più di 3200 persone in tutto il mondo (vedi www.lesconvivialistes.org). Questi cercano di vivere insieme (da cui la convivialità), avendo cura gli uni degli altri e della natura, senza negare i conflitti, ma facendo di questi fattori del dinamismo e della creatività. E' la politica del “win win” (ossia del “io vinco, tu vinci” in cui tutti i partecipanti vincono).
Quattro principi sono alla base del progetto: il principio della umanità comune. Con tutte le nostre differenze, siamo una sola umanità da tenere insieme. Il principio di socialità comune: gli esseri umani sono sociali e vivono in vari tipi di società che devono essere rispettati nelle loro differenze. Il principio di individualità: pur essendo un essere sociale, ognuno ha il diritto di affermare la propria individualità e unicità, senza danneggiare gli altri. Il principio di opposizione ordinata e creativa: i diversi individui possono legittimamente opporsi, ma facendo sempre attenzione a non fare diventare la differenza disuguaglianza.
Questi principi implicano conseguenze etiche, politiche, economiche ed ecologiche che non possono essere in questo momento descritte.
La cosa importante è iniziare: dal basso, con il “bioregionalismo”, con piccole unità di produzione biologica, con la generazione di energia dai rifiuti, con un senso di autocontrollo e di giusta misura, vivendo con consumi frugali e condivisi tra tutti. Le rivoluzioni silenziose stanno accumulando energia però, in un determinato momento della storia, sarà necessario fare la grande trasformazione. Oggi è importante sottolineare la convivialità, perché ci sono attualmente molti che vogliono vivere più insieme.
La convivialità come concetto, è stata diffusa da Ivan Illich (1926-2002) con il suo libro Convivialità (1975). E 'stato uno dei grandi pensatori profetici del XX secolo. Austriaco, ha vissuto gran parte della sua vita nelle due Americhe. Per lui la convivialità è la capacità di fare convivere le dimensioni di produzione e di cura; di affettività e di compassione; di modellazione dei prodotti e di creatività; di libertà e di fantasia; di equilibrio multidimensionale e di complessità sociale: tutto per rafforzare il senso di appartenenza universale.
La convivialità  intende anche essere una risposta adeguata alla crisi ecologica. Può evitare una vera e propria crisi planetaria. Ci sarà un nuovo patto naturale con la Terra e sociale tra i popoli. Il primo paragrafo della nuova alleanza sarà il sacro principio di autolimitazione e di giusta misura; quindi la cura essenziale di tutto ciò che esiste e vive, la gentilezza umana e il rispetto per la Madre Terra. È possibile organizzare una società buona, una Terra della buona speranza (Sachs e Dowbor) in cui le persone preferiscono cooperare e condividere piuttosto che competere e accumulare senza limiti.


Traduzione di M. Gavito e S. Toppi

mercoledì 4 gennaio 2017

  1. Gli animali nelle religioni orientali

  2. A chi si addentra per la prima volta nelle metropoli superaffollate del subcontinente indiano capita di incontrare qualche mucca che in un angolo di un marciapiede mastica un pezzo di manifesto che si è staccato dal muro . A volte è l'unico cibo che ha a disposizione perché nonostante la mucca sia un animale sacro gli abitanti delle città sono in tutt'altre faccende affaccendati che di occuparsi di darle da mangiare. Ma in ogni caso la lasciano stare perché la tradizione è profondamente radicata nella mentalità indiana .
  3. Per l’induismo i bovini sono sacri, e in modo particolare lo è la vacca il cui archetipo celestiale è Kamadhenu, la “Vacca che realizza i desideri”, nata durante il frullamento dell’oceano di latte al quale partecipano i demoni e gli dei .
  4. La concezione della sacralità della vacca nasce in epoca remota, quando il bestiame è di vitale importanza per l’economia degli Arya. Si accresce in seguito per via dell’associazione della vacca con il rituale brahmanico e con la sacra figura del brahmano officiante: prodotti quale il latte e burro chiarificato (ghee) sono indispensabili nel culto, e l’animale viene considerato il dono più appropriato da offrire in forma di ricompensa e omaggio per l’opera prestata dal sacerdote.
  5. Nella vacca si identifica una sorta di alter ego del brahmano; l’uccisione di un brahmano è considerata il crimine più grave dalla normativa tradizionale hindu, e così pure viene concepita come colpa gravissima l’uccisione di una vacca.
  6. L'art. 48 della Costituzione indiana vieta la macellazione di vacche e vitelli. La macellazione e la vendita della loro carne è punibile con sanzioni o, nei casi più gravi (e negli stati più severi) con l'imprigionamento.
  7. L'India possiede quasi 190 milioni di bovini, circa 98 milioni di bufali che insieme costituisco il 19 % circa del totale mondiale di bovini e bufali. Le vacche forniscono alimenti preziosi come il latte e il burro. Garantiscono la riproduzione dei buoi che sono usati come animali da traino sia per i trasporti , sia per l' aratura della terra. Il loro sterco viene usato come concime: ma anche come combustibile. Le vacche che vagano nei villaggi o per le strade delle città svolgono anche la funzione di spazzini. Tutto ciò aiuta a capire come gli induisti possano venerare la vacca come un simbolo della dea madre.
  8. Il Kerala è una delle poche regioni indiane in cui la macellazione e la vendita della carne della mucca non sono proibite e questo probabilmente si spiega con la presenza di un'amministrazione a impronta socialista e di una numerosa comunità cristiana

  9. Un altro animale che capita, anche se sempre più raramente, di incontrare nel subcontinente, eccetto durante le festività indù, è l'elefante che viene venerato come Ganesha . In termini generali, Ganesha è una divinità molto amata ed invocata, poiché è il Signore del buon auspicio che dona prosperità e fortuna, il Distruttore degli ostacoli di ordine materiale o spirituale; per questa ragione se ne invoca la grazia prima di iniziare una qualunque attività, come ad esempio un viaggio, un esame, un colloquio di lavoro, un affare, una cerimonia, o un qualsiasi evento importante. Per questo motivo è tradizione che tutte le sessioni di canti devozionali comincino con una invocazione a Ganesha, Signore del "buon inizio" dei canti.
    Anche se il dio elefante è particolarmente popolare nello stato del Maharashtra , la festa in suo onore si celebra in tutta l'India e fu introdotta dall'eroe dell'indipendenza nazionale Tilak come mezzo per promuovere sentimenti nazionalistici quando l'India era occupata dagli Inglesi . Questo festival si celebra e culmina nel giorno di Ananta Chaturdashi quando la statua di Ganesha è immersa nella più vicina riserva d'acqua: a Mumbay viene immersa nel Mare Arabico, a Pune nel fiume Mula-Mutha, mentre in varie città indiane del nord e dell'est, come Kolkata , le statue sono immerse nel Gange, il fiume sacro.
    Un aspetto che incuriosisce chi viene da altre culture è l'iconografia dell'elefante che comprende la raffigurazione di un topo ai suoi piedi Talvolta il dio-elefante è addirittura “a cavallo” del topolino. Cosa significa questa immagine? Il topo – piccolo ma capace di fare danni – simboleggia il nostro ego: la nostra vanità, i desideri e i sentimenti più meschini che rodono il nostro animo. Come Ganesh, però, noi dobbiamo imparare a “cavalcare” il nostro ego: a tenere le redini delle nostre emozioni, a governarle, anziché farci dominare da esse. Talvolta il topolino viene raffigurato con dei dolcetti fra le zampe: è il nostro ego che cerca di sedurci. Ma Ganesh lo controlla, come noi dobbiamo controllare la mente e i desideri. Cioè cavalcare il nostro “topolino interiore”. Mi sembra importante sottolineare questo aspetto per sfatare la superficiale concezione occidentale nei confronti delle divinità indiane concepite come primitive e superficiali.
    Il giainismo è una religione praticata da 8-10 milioni di fedeli ed é una delle più piccole fra le maggiori religioni mondiali. Vi sono 6000 monache e 2500 monaci, ma malgrado il numero esiguo rispetto al totale della popolazione indiana , i giainisti si mettono in evidenza e molti di loro occupano posizioni importanti nel mondo degli affari e in quello della scienza. Godono anche di una certa importanza nella cultura indiana, avendo contribuito in modo significativo allo sviluppo della filosofia. Poiché sono sostenitori di una rigorosa non-violenza, i giainisti seguono una forma estrema di vegetarismo : la dieta del fedele esclude anche molti vegetali e persino l'acqua viene filtrata al fine di non ingerire involontariamente piccoli organismi. È fatto divieto di mangiare, bere e viaggiare dopo il tramonto ed è invece necessario alzarsi prima dell'alba, poiché la luce del sole (e quindi del mondo) deve cogliere l'uomo sveglio e vigile.
  10. Presso le comunità ed i templi giainisti, gli animali non devono temere per la propria incolumità; anzi, accanto ai templi si trovano spesso rifugi per animali anziani o feriti e centri veterinari, sovvenzionati dalle comunità dei laici.
  11. A Nuova Delhi esiste un grande ospedale per gli uccelli il Jain Charity Birds Hospital, costruito nel 1929 accanto al Digamber Jain Temple: qui vengono curate migliaia di volatili, malati a causa di un inquinamento sempre crescente o feriti, spesso in conseguenza all’urto in aria con gli aquiloni, che soprattutto in concomitanza con alcune ricorrenze, contendono loro lo spazio di volo, o ancora per essere finiti tra le pale di un ventilatore : vengono curati, nutriti con una dieta vegetariana e una volta guariti, anche se portati lì da un “proprietario”, viene data loro la libertà: quella della liberazione è esperienza che gli operatori descrivono di enorme impatto emotivo.
  12. Per quanto riguarda la concezione degli animali nel Buddismo è indicativa la seguente citazione
  13. Per quanto numerosi siano gli esseri, faccio voto di farli pervenire tutti alla liberazione”. Questo è il primo dei quattro grandi voti che pronunciano i monaci zen. Gli esseri di cui parla non sono soltanto gli uomini, ma tutti gli esseri viventi, compreso, dice un commento, il più piccolo filo d’erba.
  14. Una delle caratteristiche del buddismo è infatti che la condizione umana è solo una delle sei possibili condizioni di esistenza nei cicli delle nascite e delle morti, il samsara, che ognuno di noi deve interamente percorrere fino alla liberazione finale, il nirvana. Questa è la legge del karma, che regge tutti gli esseri senza eccezioni e quello che deriva da essa è che siamo stati, o saremo, non soltanto esseri umani, ma, ad esempio, animali, in funzione dei nostri atti (karma significa “ temperamento +azione”). A seconda di essi noi progrediamo o regrediamo. Nel buddismo quindi non si può più ammettere che l’uomo sia “la misura di tutte le cose”, come sosteneva Protagora, e ancor meno il discorso di Cartesio sugli animali-macchine o la sua dichiarazione: “Grazie alla scienza, l’uomo sarà d’ora innanzi il padrone e il possessore dell’universo”. Il buddismo condanna infatti ogni violenza nei confronti di chiunque. A questo proposito un esempio storico ben noto, quello dell’imperatore Asoka (273-232 a. C.), che proibì i sacrifici sanguinosi dei bramini. Egli stesso smise di cacciare e divenne vegetariano. Fece costruire molti ospedali e ospizi per gli uomini, ma anche per gli animali.
  15. Il buddista vieta la caccia, la sorte degli animali nei macelli e, ovviamente, la vivisezione. Non può nemmeno ammettere il concetto di animale nocivo e, come si dice nelle nostre campagne, di nemici delle colture, in realtà pretesti per uno sterminio radicale, per l’uso massiccio di pesticidi pericolosi per la salute umana e inefficaci contro gli insetti presi di mira.
  16. Quella del buddismo è dunque una visione molto lontana da quella occidentale, che invece si avvicina a quella ecologica che attualmente si sta diffondendo sempre di più fra le persone consapevoli.
  17. Al dominante vegetarismo buddista fa eccezione la scuola tibetana che ammette l'uso della carne dal momento che si è sviluppato in luoghi di alta montagna dove il reperimento dei vegetali era alquanto difficile.
  18. Questo per quanto riguarda le religioni praticate nel subcontinente indiano . In Cina i seguaci del confucianesimo si nutrivano di cibo animale fatta eccezione per la gallina e il gallo che sono considerate incarnazioni delle forze yin e yang, le energie negative e positive che devono essere mantenute in equilibrio per raggiungere l’armonia, all’interno della casa e nel resto dell’universo. Sono anche simboli di una famiglia benestante e quindi equilibrata. Negli ultimi anni il miglioramento delle condizioni economiche e la politica più 'liberale 'ha permesso un ritorno alla fede e alle celebrazioni anche ufficiali e a conseguenza di ciò il buddismo è la religione più diffusa in Cina . Tutto ciò senza entrare nel merito del comportamento delle autorità cinesi nei confronti del Tibet.
  19. Un altra filosofia ( per semplificare la definizione )seguita in Cina è il Taoismo in cui in un testo medioevale così si afferma : In tutti gli animali con scaglie scorre l’energia ‘legno’, in tutti gli animali con piume l’energia fuoco, in tutti gli animali nudi l’energia terra, in tutti gli animali con pelliccia l’energia metallo ed in tutti gli animali con guscio l’energia acqua”. La Natura è al entro della pratica taoista ed è stata analizzata nella sua essenza e mille sfaccettature. Ad ogni persona corrisponde un animale specifico che ne rispecchia le caratteristiche evoluzione interiore . E' accaduto che un ottimo praticante cinese di Taiji presentando il suo maestro (di settantaquattro anni) dicesse:
  20. Lui é come un animale”.Naturalmente si trattava di un complimento, anche se in occidente non ci permetteremmo mai di usare una simile espressione di cortesia. E’ chiaro che non si sta affermando che l’anziano signore fosse disumano, crudele o efferato (qualità invero assai umane) quanto che fosse un uomo in ‘sintonia’ con la natura ed i suoi ritmi.
  21. Nella mentalità taoista il supremo maestro è la natura: i corsi d’acqua, le montagne, la luna con le sue fasi ed anche e soprattutto gli animali. Questi ultimi vengono visti come incarnazioni di energie essenziali di cui anche l’uomo, volente o nolente fa parte. Solo se fossimo saggi (quindi obiettivi) il nostro animale interiore corrisponderebbe a quello che più ci piace... il nostro vero animale è invece visibile nella vita reale, non tanto in quello che predichiamo, ma come ‘razzoliamo’, cioè nel comportamento sociale, negli atteggiamenti... e non sempre, quando lo si scopre, è una verità gradevole.
  22. La sensibilità di ‘vedere’ nel comportamento umano quello animale è sviluppata, attraverso l’imitazione, sia nelle arti marziali sia nelle tecniche terapeutiche quali ad es. il Qi Gong. Allo scopo, non solo aquile e tigri... ma addirittura api, scorpioni e mantidi religiose vengono a lungo ‘osservati’ e ‘imitati’.
  23. Ciò detto viene naturale porsi la domanda di come mai in una cultura così impregnata di compassione per gli animali ci sia il costume di mangiar la carne di cane, che tanto fa inorridire gli occidentali . Per prima cosa non in tutta la Cina si mangia carne di cane ma solo nella zona a nord-ovest dove gli inverni sono molto rigidi e, secondo la medicina tradizionale cinese, la carne di cane, essendo molto calda, aiuta a contrastare il rigido inverno. Tuttavia, salvo in alcune minoranze etniche, il consumo di carne di cane è sempre più raro. Inoltre si tratta soprattutto di una una questione culturale: per alcune persone nel sud-est asiatico il cane non è il migliore amico dell’uomo, ma semplicemente una fonte di cibo. Altri esempi di differenze culturali del genere potrebbero essere i seguenti:In Europa meridionale il consumo di coniglio è comune, mentre nei paesi anglosassoni è considerato un animale domestico; In Italia e in altri paesi la carne di cavallo è considerata una prelibatezza. Tuttavia, è inconcepibile per molti asiatici che si possa mangiare la carne di questo animale, così come in India la mucca è un animale sacro, mentre nei paesi occidentali è una delle carni più consumate e apprezzate












martedì 22 novembre 2016

                                   
                       Coabitare 
                                
 Sul coabitare come scelta obbligata
Premessa : Scrivo da moltissimi anni e dunque posso dire di essere una scrittrice, pur con una visibilità pubblica molto esigua, ma penso che raramente sia capitato a chi ha fatto questo mestiere di condividere lo stesso appartamento con tante persone di tutte le provenienze età e attività. Casomai il contrario : alcuni scrittori e scrittrici raccontano di stanze affittate in cui hanno vissuto. Per questo, quando avrò raggiunto il necessario distacco, penso di scrivere un testo ironico dal titolo “L'intercultura del cesso “ quando riuscirò a chiudere definitivamente questa troppo lunga storia. Due anni fa, quando ho iniziato la prima versione di questo scritto, ero reduce dalla convivenza l'ennesima ( centesima ? non ho il coraggio di contarle tutte )coinquilina di provenienza bielorussa di nome Irina. E' stata come condividendo lo stesso cesso e la stessa cucina per sei mesi ma non ho saputo niente di lei eccetto l'età e che frequentava beni culturali all'università . Ma convivenza o per meglio dire coabitazione forzata fu più algida e asettica . Abbiamo pranzato insieme giusto la mattina prima che andasse via dietro mia insistenza per la prima ed ultima volta. E questo la dice lunga su cosa ha significato per me la sua presenza, che ho sempre avuto come riferimento Il testo di Ivan Ilic sulla Convivialità. Per lei la camera era come un appartamento incistato dentro il mio in cui si ritirava a mangiare ed io la sua vicina di casa . Incontrandomi nel corridoio mi salutava gentilmente e tutto finiva lì . Anzi meno che una vicina di casa perché qualche volta tra vicini di casa capita di scambiarsi oltre il saluto anche qualche commento su che succede, sul tempo, di qualche vicino sgarbato. Adesso che ci penso qualche parola sul tempo ce la siamo scambiata ma solo quello. Eppure mi sarebbe piaciuto saper qualcosa di più del suo paese che tra tutti i viaggi che ho fatto non sono mai stata nell'ex Unione Sovietica , ma era uno sforzo tirarle fuori qualche parola in più e non l'ho mai fatto . Forse tempo fa mi sarei sforzata ma credo anzi son convinta che dopo un certo numero di incontri ravvicinati con persone nuove ci sia un limite di sopportazione e di relativo adattamento oltre il quale si rischia l'intolleranza.
Ho avuto forse cinque coabitanti est europee che più o meno si comportavano così e senza pretendere di farne una teoria sociologica sono giunta a questa conclusione : coloro che negli anni del comunismo sovietico ( che più correttamente andrebbe chiamato capitalismo di stato ) hanno subito il collettivismo come imposizione, appena sono riusciti a liberarsi di quella cappa opprimente e a conquistarsi uno spazio privato per sé per la propria famiglia lo hanno difeso con le unghie e coi denti – financo con le armi (non è forse stata una concausa della guerra nella ex Iugoslavia ? ) e chi non vive con me peste lo colga . Comunque sia dell'egoismo famigliare son piene le fosse di tutti i paesi del mondo specie occidentale . Per non parlare della quasi totale sparizione dei rapporti di buon vicinato nel senso dello scambio e della solidarietà . Le nostre cronache sono piene di tristi storie di persone che muoiono in casa e il cui cadavere rimane per mesi nell'appartamento prima che qualcuno se ne accorga. La crisi del vicinato è una caratteristica comune in tutte le situazioni urbane di tutti continenti. D'altro canto il modello appartamento unifamigliare si è affermato nelle situazioni urbane per diffondersi anche nei più sperduti villaggi ed era comunque legato a un economia in espansione in cui ogni famiglia doveva acquistare il suo frigo , la sua lavatrice e via consumando.
Tornando al tema degli egoismi famigliari Don Zeno, fondatore della comunità di Nomadelfia, ne era ben consapevole e sosteneva che l'egoismo famigliare è fonte di separazione peggiore dell'egoismo individuale e per ovviare a ciò ancora adesso nella sua comunità vigono regole precise per evitarlo . Quanto alle conseguenze dell'egoismo famigliare i cosiddetti single ( sempre più numerosi e in crescita ) come la scrivente ben sanno come ci si sente specie durante le festività soprattutto natalizie : come quelli che comunque vengono sempre dopo, outsider. Perché ci sono gli outsider gli insider come ci sono i nomadi e gli stanziali ma questa è un'altra storia .

La coabitazione come scelta
Da anni alla ricerca di riferimenti di tipo comunitario ho partecipato agli incontri degli ecovillaggi , delle nuove forme di coabitazione che vanno da forme di buon vicinato solidale a vere e proprie comunità .Forse profeticamente quando insegnavo durante i movimenti degli anni '70 ( ora ridotti a forme di ribellione verso i padri e o anticamera del terrorismo ) uno dei temi che ho iniziato a trattare in collaborazione con i colleghi architetti è stato quello delle comunità utopiche da Tommaso Moro, a Campanella, a Fourier, alle utopie concrete degli americani sfuggiti alle persecuzioni religiose ( v. il testo di Dolores Hayden Sette utopie americane ) a Cernysevskij che nel suo libro Che fare a cui Lenin si era ispirato per intitolare il suo più noto e politico Che fare. Nikolay Cernysevskij, leader del movimento rivoluzionario russo del 1860 aveva scritto questo romanzo nella fortezza di S. Pietroburgo dove era stato imprigionato . I protagonisti della storia scelgono di abitare insieme in un modo diverso, per cui ogni persona anche se in coppia doveva avere una sua stanza – una stanza tutta per sé ,come diceva la Woolf – e poi c'erano spazi comuni sia per il mangiare che per i momenti di socialità .
Durante gli anni '70 del secolo scorso ci furono diversi tentativi di giovani che decisero di condividere l'abitazione ma la maggior parte fallirono anche perché c'era un rifiuto di qualsiasi forma di organizzazione .E comunque si trattava sempre di situazioni i cui partecipanti erano sui vent'anni. C'è stato solo un esempio proprio a Torino che è durato fino agli anni '80, ma questa è una storia che i protagonisti stessi dovrebbero raccontare.
Al di là delle ragioni dei fallimenti e dei mal spesi forse i tempi non erano ancora maturi ma ora in un periodo di profonda crisi economica gruppi sia pure minoritari di persone di tutte le età sono alla ricerca di diversi modi di abitare . Crescono gli ecovillaggi associati nel RIVE ma anche nella città si assiste alla formazione di socialhousing e o di cohousing e a riunioni periodiche su coabitazioni potenziali . Il primo esperimento di abitazione solidale in città è iniziato nella periferia di Milano promosso da Bruno Volpi più di vent'anni fa .
Il cohousing già affermato in altri paesi europei, nella gran parte dei casi richiede la disponibilità economica all'acquisto, ma nulla vieta con la necessaria preparazione e facilitazione di affittare appartamenti di oltre sei stanze e condividere gli spazi comuni. Per quanto riguarda la facilitazione ci sono sempre più persone formate ( in gran parte nell'eco villaggio di Torri Superiore in provincia di Imperia )a facilitare il compito dell'inserimento e delle relazioni nei e tra i gruppi .


Per concludere come abbiamo già detto il modello di abitazione uni famigliare si confa a un'economia in espansione e nonostante tutte le dichiarazioni di principio, la famiglia è in crisi ( anche se i matrimoni sono in crescita ma ancor di più i divorzi ) e dunque siccome' Alice non abita più lì', noi che optiamo per il cambiamento apriamo le porte e abbattiamo i muri che si sono levati sempre più alti tra le persone, le religioni,le razze e le etnie e costruiamo dal basso nuovi modi di stare insieme e di condivisione e non ci curiam di loro che ci spingono a tornare ai tempi degli homo hominis lupus .

Post scriptum di cronaca con funzione di sfogo. Lamentarsi non va proprio bene ma sfogarsi con gli amici fa sempre bene .( poi mi servirà da promemoria quando avrò raggiunto il necessario distacco per scrivere il già citato libro)
Quando due anni fa, già satura delle troppo numerose coabitazioni, ho scritto di Irina , incistata nell'appartamento, non sapevo che ne avrei viste ancora delle belle ma anche un bello per la verità perché nell'ultima camera in fondo alla casa, dove già c'era stata certa Mariuccia, che quando non era in casa passava tutto il tempo a guardare la televisione che era quasi grande come la stanza, è venuto a stare un giovane turco di 26 anni. Avevo già avuto due coabitanti turche a Roma e un turco curdo che guarda caso andavano d'accordo e mi ero resa conto che erano molto rispettosi delle persone soprattutto anziane quale sono ed ero e quando è arrivato Emircan , giovane architetto designer di auto, a chiedermi di affittare la stanza ho notato che salutandomi mi ha fatto l'inchino . Mai nella mia vita mi era capitato eccetto un baciamano per scherzo ad opera di un amico . Del resto noi donne emancipate cosa vogliamo oltre l'autonomia e la parità mica possiamo pretendere di essere complimentate dai gentleman che peraltro non ci sono più .Comunque sia quell'inchino mi aveva colpito molto e nonostante non volessi prendere persone di sesso maschile- soprattutto perché considerato il mio sottile odorato nel cesso, appunto,si nota la differenza -ho deciso di farlo venire anche perché mi aveva detto che stava tre mesi . Altro che tre è stato nove mesi e non è che mi abbia arrecato molto disturbo perché quando non usciva per andare a fare il suo corso di designer di auto,o per comprare all'Ikea, stava ermeticamente chiuso in camera dove anche mangiava come la bielorussa ( evidentemente in certe culture si mangia insieme solo se imparentati o ospiti e ospitati ) a disegnare, diceva lui, ma per la verità faceva anche ben altro considerato il numero di scatole di videogiochi che ho trovato quando se n'è andato e un volante con cui simulava la guida di un auto seduto in una poltrona davanti allo schermo. Nei nove mesi che è stato lì sarà uscito una quindicina di volte con amici improvvisati ma quanto a fare una passeggiata e tanto meno jogging o vedere qualche museo ,eccetto quello dell'auto naturalmente, non se ne parlava proprio. E poi dicono dei giapponesi che devono essere curati perché stanno tutto il tempo in casa .
“Ma cosa ti lamenti “ replicavano le persone a cui parlavo del suo comportamento . “In fondo non ti da alcun disturbo e in più si inchina sempre quando ti saluta '. Si è vero ma io non mi lamentavo ma mettendomi nei miei panni alla sua età l'idea che passasse tutto quel tempo al chiuso in una camera peraltro piuttosto piccola mi faceva star male . Altro esercizio che non bisogna fare primo perché i panni sono sempre diversi ma in secondo luogo pur avendo fatto l'affittacamere per più di 25 anni, con l'aspirazione non tanto segreta di trovare una convivenza più condividi bile, sono rimasta sempre delusa , eccetto qualche rara parentesi sia qui che a Roma e guarda caso con persone provenienti dal sud America – a proposito di intercultura -. Ricordo Maria che veniva dall'Argentina e da quando è entrata in questa casa era come se avesse reso tutto più brillante . E' bastata la sua risposta a una delle prime domande che le ho fatto per capire che si trattava di una persona speciale . Quando le ho chiesto se era stata sposata mi ha risposto che sì ma dopo otto anni era rimasta vedova ,ma ringraziava la vita per averle fatto avere otto anni di un amore perfetto con un uomo speciale . Gracias a la vida ... Non era forse Violetta Barra una sudamericana ? Come sudamericana - colombiana- era Gloria che ahimè tornata in Colombia è finita nel 'cartello della droga' ( un'altra storia che racconterò ). Sì Gloria una bella donna allora sui trent'anni con un grande talento per la pittura buttato a mare. E' stata da me a Roma e poi si è sposata, ma ci siamo sempre frequentate e da quando era tornata al paese suo malgrado ci sentivamo attraverso Skype e ogni volta mi chiedeva di andarla a trovare che potevo stare da lei quanto volevo che mi sarei sentita come in famiglia .E sicuramente sarebbe stato così perché – fino a quando dura -, in quei paesi vige ancora la concezione della famiglia allargata. Come d'altronde in Africa anche se nelle grandi città mi dicono che va in parte va scomparendo . Claude Meillassoux, un antropologo francese che avevo letto prima del mio soggiorno in West Africa alla fine degli anni '80, scriveva in un suo libro che chiunque avesse importato il modello della famiglia nucleare nel continente africano doveva essere trattato come un criminale . La situazione con lo sviluppo delle grandi metropoli si va deteriorando e anche lì le relazioni di vicinato sono sempre più esigue . Ma tant'è nel centro e sud America perlomeno da quanto ho personalmente verificato non è ancora persa l'ultima speranza. Anche Jessica e sua madre Angeles, messicane che sono state da me a Roma sono ormai quasi dieci anni, continuano a invitarmi ad andare in Messico dicendo che posso stare quanto voglio . Ma stanno ancora aspettando perché penso che non ci andrò anche perché di grandi metropoli ne ho visitate quanto basta e Bogotà e Città del Messico hanno superato la soglia degli otto milioni .
Ci sono state sì felici parentesi di coabitazione come dicevo ma negli ultimi due anni qui da me si sono succedute persone che era meglio perdere che trovare come l'arrivo di una vera ladra che ha pensato bene di rubarmi l'argenteria, che era rimasta, dopo tanto traslocare, dal mio matrimonio. Non ricordo neanche come si chiamava anche perché per imprudenza ,negligenza o eccesso di fiducia non memorizzo né mi segno tutti i cognomi. Poi all'improvviso, quando già stavo cercando un' altra soluzione abitativa, cosa non facile per me sprovvista di liquido sufficiente per uno spostamento, è arrivata Patricia di Rio di Janeiro. con cui ho condiviso gran parte delle cene del suo soggiorno qui e con cui continuo a sentirmi per Skype e che ancora mi ringrazia per tutti i piatti di cucina, i suggerimenti dietetici, la condivisione di tutte le esperienze e conoscenze acquisite nella mia vita, da quelle delle medicine complementari a quelle spirituali . Quasi come una figlia o forse meglio perché per la maggior parte dei casi le esperienze e le conoscenze non si trasmettono in famiglia. Pur essendo grata a Patricia che mi ha dato l'opportunità di sperare ancora in una convivenza degna di tal nome e non una reciproca sopportazione chiusi nei propri spazi con appunto lo stesso cesso e la stessa cucina, ora mi trovo in un impasse ancora maggiore in cui sembra che tutti i nodi stiano venendo al pettine. Con il passare del tempo ho imparato che la vita ti dà degli avvertimenti quando le cose non vanno : dapprima deboli , poi meno deboli, poi forti e sempre più forti e se non li ascolti non ti devi stupire che qualcosa di grave succede che sia una malattia ,un crollo psicologico o un incidente. Nemmeno tre mesi dopo che Patricia se n'è andata, dopo essermi concessa una tregua di solitudine scelta, è arrivata o per meglio dire si è imposta Mariella, una siciliana di 36 anni, la stessa età di Patricia che facendo leva sulla mia debolezza di scrittrice non riconosciuta e sulle mie consuete difficoltà economiche, si è mascherata da scrittrice in cerca di riconoscimenti e dopo avermi dato immediatamente la cifra equivalente a un mese di affitto si è insediata il giorno dopo in casa. Da quel giorno è iniziato un crescendo di reazioni da parte sua sempre più allarmanti come confidenze non richieste su una sua relazione virtuale e tempestosa con un tal musicista di Roma, interventi imposti in casa su abitudini consolidate e accettate da tutte le persone che in questi anni mi hanno 'scompagnato', fino al precipitare della situazione dovuta al taglio del gas per una bolletta non pagata . Dimenticavo di dire che l'altra stanza che subaffitto e di cui il padrone è a conoscenza e chiude un occhio perché è al corrente della mia condizione. ( si potrebbe dire che si comporta come un piccolo mecenate perché è al corrente della mia attività di scrittrice non remunerativa )l'altra stanza ,dicevo, era già occupata da Vittoria ,figlia di un comunista deluso e fuoriuscito dal partito e di una tailandese, che certamente anche lei come me non era tanto contenta di non avere l'acqua calda a disposizione, ma si è accontentata di un rimborso delle spese che non è bastato a Mariella. La stessa si è scatenata con urla ed insulti fino a spingersi a suonare alla porta del padrone di casa che abita al piano di sotto e da cui mai né io ne altri avevamo osato andare. E da allora ogni pretesto è buono per scatenare violente reazioni da parte sua come mai mi è successo in tutti questi anni . E in più come se non bastasse, al di là e contro ogni caratteristica regionale e culturale Mariella ha una concezione del cibo molto egocentrata – ognuno si consuma le cose sue , tanto da segnare il suo nome su una busta di plastica di verdure congelate dal valore di un euro e cinquanta che combinazione tutte e tre contemporaneamente abbiamo comprato . Se questo per me che, come ho detto all'inizio, ho sempre dato valore alla convivialità non ha il sapore di una definitiva sconfitta me lo dicano gli amici e i lettori di questo mio sfogo che spero non vi abbia troppo annoiato . Veramente il mio supposto libro sull'intercultura del cesso se mai nascerà dovrà avere una vena comica,ma
per farlo è necessario un certo distacco che al momento attuale, in cui la coabitazione forzosa con la suddetta Mariella è ancora in corso, non mi è possibile . Spero , considerata la mia resilienza che ciò possa avvenire quanto prima e chissà mai che da questa storia non nasca un bestseller . Della serie: La speranza muore con noi





sabato 20 agosto 2016

Riflessioni sulla solitudine a latere di un campo Mir sul tema della morte e dell'immortalità 

Tramontata è la luna e le pleiadi
 a mezzo della notte
 anche giovinezza già dilegua
e ora nel mio letto dormo sola (Saffo ) 

Questi sono i versi di Saffo che da tempo conosco e vivo in prima persona e questo  è il leitmotiv del nostro campo per quasi tutti i partecipanti che tanto hanno scambiato e comunicato durante la settimana comunitaria . Come asseriva tempo fa  una femminista radicale degli anni '70 che non c'è stata mai una separazione così netta tra uomini e donne come in questa epoca e che forse dopo il vincente separatismo( portato avanti appunto dal femminismo radicale), occorre ripensare un modo in cui i due generi si potrebbero  ri-conoscere . (Al Sereno Regis di Torino è in atto un'esperienza in questo senso molto valida ). A parte questa premessa che andrebbe approfondita non c'è dubbio che tutto ciò costituisca un fenomeno sempre più visibile . Così come è sempre più in aumento il tragico fenomeno della violenza sulle donne da parte di figure maschili che non accettano la nuova realtà femminile e ogniqualvolta una donna vuole la propria autonomia l'uomo 'comune' reagisce nel modo che gli è più consono ,cioè con la violenza . Ho usato la parola comune per semplificare ma proprio nei cammini spirituali e o comunitari s'incontrano sempre più uomini, anche se ancora una esigua minoranza, che ricercano la parte femminile dentro di sé  e si mettono in discussione . Nel contempo certo non ci si può aspettare da parte degli stessi  uomini che prendano loro l'iniziativa per una  eventuale conoscenza e o relazione ravvicinata proprio perché rispettano profondamente l'autonomia femminile. Infatti uno dei partecipanti del campo a cui ho segnalato la presenza di tante donne sole ha subito replicato: che aspettano allora a prendere l'iniziativa ?
Come scrive Tolle il cui testo avevo portato con me nel campo per condividerlo perché sia sulla morte che sui generi dice cose importanti da me condivise "il numero di donne che si sta avvicinando allo stato pienamente consapevole supera già quello degli uomini e crescerà ancora più rapidamente negli anni a venire ." E' sempre più chiaro che stiamo attraversando una transizione che ci porterà ad un cambiamento radicale delle relazioni in primis e poi di tutto il resto che qui non voglio dilungarmi a descrivere . Ma come si dice in un aforisma che cito a braccio è' sempre affascinante vivere nei momenti di grandi cambiamenti anche se questo costa sofferenze  e drammi che si ripercuotono nelle nostre vite. Una di queste conseguenze è la solitudine all'interno delle nostre case attutita dalla presenza di animali domestici . E non è per caso che uno dei settori economici in crescita sia proprio quello dei negozi per animali pieni di gadget di tutti i generi che 'antropomorfizzano' vieppiù gli animali stessi. Sempre a proposito della separazione dei generi uno degli aspetti che va messo in luce per eventualmente trovare delle soluzioni, anche se pure parziali, è la carenza di rapporti sessuali ma soprattutto la mancanza di sensualità che non necessariamente vuol dire 'genitalità'. Come si può constatare nel crescente numero di persone che si specializza in massaggi di tutti i generi e provenienze dalla Thailandia alla Cina all'India  e via dicendo. Mi viene da dire anche solo per scherzo ma non del tutto , che forse potrebbe essere un'idea istituire un baratto di massaggi in luoghi appositi ...oppure individuare delle forme di yoga tantra per sublimare tutte queste energie disperse che alla lunga portano contraddizioni e conflittualità di cui abbiamo sempre meno bisogno .E qui chiudo invitandovi care compagne e compagni  a rimanere in contatto. Allego qui di seguito l'intervento che mi è piaciuto tanto di un 86 enne emancipato dal patriarcalismo . O meglio ancora lo incollo .
P.S Leggo ora nel frontespizio di un libro sui gatti la seguente affermazione : Un gattino trasforma il ritorno in una cas vuota nel ritorno a casa...
Il burkini della  nonna

Mia mamma, nata nel 1907, e mia  zia, sua sorella, del 1905, mi raccontavano che da piccole, più o meno dunque negli anni della prima guerra mondiale, facevano il bagno a mare, tuffandosi  in acque limpidissime  da uno stabilimento costruito in legno sugli scogli antistanti la curva con la quale  via Nazario Sauro si innesta in via Partenope, a Napoli.
Lo stabilimento era diviso in due sezioni rigidamente  separate; dall’una non si poteva passare nell’altra e nemmeno ci si poteva guardare, gli sguardi essendo impediti  da un’alta paratia di legno che si prolungava anche nel mare per parecchi metri. In una delle due sezioni avevano accesso  solo i maschi; nell’altra solo le donne. Le signore,  se facevano il bagno, lo facevano indossando un camicione che le copriva sino alle caviglie, al disotto  del quale   non so   quale altro  indumento  avessero, ma certamente non erano nude.  Insomma qualcosa di molto simile ai Burkini di cui si parla tanto in questi giorni. Se mia nonna avesse fatto il bagno lo avrebbe indossato.
Fu in quel mare “separato” che mamma e zia divennero delle appassionate  nuotatrici e, specialmente zia, provette sommozzatrici,  pratiche in cui si sono cimentate ambedue anche passati  gli 80 anni di età.
I miei, intorno alla metà degli anni trenta,  d’estate,   per un paio d’anni, presero in fitto un appartamentino ai Gerolomini,    località tra Bagnoli e Pozzuoli, nei pressi di una stazione termale dove  mia monna, di pomeriggio, accompagnata da mia zia, andava a “fare i fanghi”.    Di mattina, mamma e zia portavano  me nella  spiaggia sotto casa  che ne era separata  solo da una strada. Di  pochissimi anni (sono nato nel 1930), ero in costume e sguazzavo sul bagnasciuga; mamma e zia no: indossavano normali abiti estivi  e vigilavano sulla mia incolumità  sedute su due sgabellini pieghevoli  ed all’ombra di ombrellini, sotto la sorveglianza   di   mia  nonna che di tanto in tanto si affacciava dal balcone. Non so se, da appassionate nuotatrici, mamma e zia  soffrissero di non    fare il bagno;  se così era non lo davano a vedere, almeno a me.  
Poi ci furono la guerra d’Africa, quella di Spagna e la seconda guerra mondiale. E si sa che le guerre sono   potenti acceleratrici  dei cambiamenti dei costumi.
Così, nel secondo dopoguerra mia zia e mia madre ripresero a fare i bagni   a Torre del Greco, dove eravamo sfollati per sfuggire ai bombardamenti che però ci raggiunsero anche lì.
Pure  la casa di  Torre del Greco   era prospiciente ad una spiaggia, come quella dei Gerolomini;   ne era  separata  solo dai binari della ferrovia per le Calabrie, che si superavano mediante  un sottopasso. Lo stabilimento era anch’esso di legno, come quello di via Partenope, ma non aveva separazioni:  le “signore bagnanti” non erano sottratte agli sguardi dei “signori bagnanti”. I costumi però  erano castigatissimi, specie quelli delle signore: i  due pezzi non erano ancora stati inventati, tampoco i bikini  e non parliamo dei topless che si sarebbero visti solo dopo alcuni decenni, non senza che non poche multe  e qualche condanna colpissero le prime audaci che avrebbero osato ridurre così drasticamente  l’abbigliamento marino.
Mamma e zia indossavano costumi di una stoffa pesante, neri e con il “gonnellino”. Solo alcuni anni dopo passarono al “mezzo gonnellino” che copriva l’inguine e la parte superiore delle gambe. Al costume senza gonnellino arrivarono solo in età avanzata,  diciamo da vecchie.
Ora, mamma e zia non erano mussulmane, ma cattoliche; non erano di una classe sociale poco evoluta, ma borghesi; erano  nate a Napoli da una mamma appartenente  alla “buona borghesia”napoletana (così si diceva una volta) ed avevano avuto un padre veneto, rampollo di una famiglia aristocratica di proprietari terrieri, di idee liberali,  i cui membri maschi avevano  aderito  alla Carboneria e contribuito al finanziamento  non so di quali imprese delle guerre di indipendenza. Dunque l’adeguamento di mia madre e mia zia alle  usanze  in materia di abbigliamento balneare  che ho decritto  non dipendevano   da questioni né di classe sociale, né  geografiche e neppure religiose, perché  in queste cose la religione, come vedremo, c’entra si e no. Di sicuro  dipendeva dalla  impronta  patriarcale che fortemente permeava  (e permea ancora) tutta la nostra società, cultura e religione comprese.
Dio, infatti, come insegna Maria Lopez Vigil, teologa cristiana, <nacque donna>  all’epoca delle tribù nomadi e tale rimase a lungo. Si mascolinizzò  solo quando le popolazioni, divenute  stanziali    essendosi date  all’agricoltura come attività principale,  sentirono     < la necessità di difendere attraverso le armi e la violenza granai e territori>. Così <l’idea ancestrale (di un dio al femminile) si andò trasformando. La cultura convertì Dio in maschio e in un maschio guerriero>.   
Tale divenne  ovunque: in Asia, in Africa ed in quella che  chiamiamo Europa, nonché per tutte le religioni: quelle  che c’erano all’epoca e  quelle che sarebbero  sorte dopo. Così:  maschio  è il Dio dell’ Ebraismo, quello del Cristianesimo come quello dell’Islam, cioè  di tutte e tre  le “Religioni del Libro”, di tutti e  tre  i Monoteismi.  E non per rivelazioni divine,  ma  per il predominio della cultura patriarcale che,  sorta  a seguito dei cambiamenti culturali e sociali provocati dalla rivoluzione agraria di millenni fa, si è consolidata nel tempo ed ha improntato  tutte  le  società determinandone i costumi ed i malcostumi, non solo quelli dei credenti, ma anche quelli  degli agnostici e degli atei; infatti la collocazione della  donna in posizione sociale  subordinata al maschio  si riscontra non solo nei contesti religiosi ma in tutti gli ambiti delle società.
Considerare  dunque la questione degli abbigliamenti femminili, in spiaggia ed altrove, come se si trattasse  di costumanze connesse unicamente al dato religioso  non solo è sbagliato, ma  è anche  deviante e pericoloso. Deviante,  perché  sposta l’attenzione e l’impegno da quella che è la radice profonda del problema,  che così non viene affrontata. (Si ripete la solita questione del dito e della Luna). E’ pericoloso,  in quanto concorre, anche se involontariamente, a rendere plausibile che si tratti di una guerra tra religioni (che sarebbe la peggiore e più ributtante delle guerre) e a suscitarla artificiosamente.
Le donne, con le loro lotte, con il  Femminismo, hanno  colto nel segno, scoprendo  nel patriarcalismo l’origine della subordinazione della donna al maschio che si verifica nei più disparati contesti e  individuando nella cultura patriarcale quella da debellare.  Le loro lotte per l’emancipazione e per la liberazione  hanno  raggiunto  stadi  e risultati diversi nei differenti paesi, costringendo il patriarcalismo ad arretrare in misure che variano da paese a paese. In nessuno però la cultura patriarcale è stata debellata, nemmeno nel nostro (dove i femminicidi, che sono solo la punta dell’iceberg, ancora imperversano)  ed in tutti la lotta delle donne, che  si svolge soprattutto sul piano culturale, deve proseguire e va  sostenuta. Possono sostenerle pure  i maschi che hanno imparato da esse a riconoscere il patriarcalismo anche  in se stessi, a patto che rispettino  i tempi e le modalità che sono le donne, paese per paese, a dover stabilire e  che siano consapevoli  che la libertà, l’emancipazione, i diritti, così come la democrazia, non sono merci  da poter esportare ed importare, né oggetti da regalare o da essere  ricevuti in dono. Possono essere solo conquistati.
E’ difficile accettarlo per noi occidentali.  Malati di eurocentrismo, pretendiamo di imporre la nostra cultura, i nostri “valori”, i nostri  modelli di vita agli altri popoli. Si, so bene che questa pretesa è falsa ed  è  servita e serve  per mascherare  il colonialismo ed il neocolonialismo, cioè per occultare la nostra smaniosa bramosia   di  depredare delle loro risorse i popoli di altre terre. Per falsa che sia, questa nostra pretesa è comunque  assai perniciosa: abbiamo visto tutti e tutte  quali danni abbiamo prodotto anche a noi stessi/e quando abbiamo finto di voler  esportare la democrazia.  Danni analoghi provocheremmo se volessimo adesso pretendere di esportare in altri paesi  la libertà e l’emancipazione delle donne e di imporle alle donne straniere che sono venute ad abitare da noi.
Penso quindi  che i divieti stabiliti in Francia di indossare veli, burka e burkini,  dimostrazioni per altro  che neppure laicità e laicismo sono esenti dal patriarcalismo, siano una pessima cosa. Sembra per fortuna che in Italia, forse più per timore di eventuali ritorsioni dell’Isis che per convinzione, non si sia disposti a seguirne l’esempio.  Menomale.  
Ma non basta. Credo che per non ostacolare il cammino di liberazione delle donne di altri popoli, oltre che rispettare i loro tempi e le loro modalità, dovremmo preoccuparci ed occuparci di contrastare il patriarcalismo in casa nostra.

    

sabato 25 giugno 2016



Avvistato a Genova vicino a Brignole 

Mai visto niente di più simbolico sul predominio del consumismo . Esautorata la parabola evangelica della cacciata dei mercanti dal tempio anche se in questo caso si tratta di una cappella sconsacrata da cui si è salvata la statua della Madonna. Nonché per dirla con Pasolini la dittatura del consumismo . Il poeta negli Scritti corsari infatti aveva profeticamente detto che nel futuro più che ai fascismi tradizionali avremo assistito al nascere della cosiddetta dittatura del consumismo . Il feticcio del Dio Denaro ha vinto dovunque grazie alla globalizzazione e alla virtualizzazione internazionale al di là dei resistenti e rinascenti nazionalismi e separatismi